Elba, le spiagge scomparse

Le spiagge scomparse dell’Elba. Proviamo a raccontare quelle della marina di Rio. Sempre sentivi questo commento dai turisti, “ridente e caratteristico paese, ma senza spiagge”. Eppure ce n’erano, abbastanza vicine, luminose e lucenti al mattino e nel primo pomeriggio, serene e tranquille la sera, quando il sole scendeva verso ovest.

Quella di Ricetti. Prendeva il nome dal costruttore dell’omonimo palazzo, ultimo del paese verso est, dove erano alloggiati i dirigenti della miniera. Appartamenti vista mare grandi e spaziosi. Una piccola lingua di nerissima sabbia che pian piano lasciava il posto alle ghiaie levigate, rocce di ogni specie e provenienza, della miniera.

Sempre più grandi fino ad arrivare alla cala del Pescatoio (o Pisciatoio, volgarizzato dai locali) dalle stupefacenti rocce verdissime. Ricordo ogni scoglio sommerso. Ogni giorno d’estate della mia adolescenza quella era la mia spiaggia; lunghe ore in quel mare a nuotare, a combattere fiere battaglie a zig zag tra i tanti anfratti e scogli, alla conquista di ricci – succulenti e copiosi – e di patelle.

Ecco il primo robusto macigno: ricordo delle antiche battaglie, quasi a metà spiaggia, solitario e gigante per il bambino che ero, ricco di alghe.

Poi verso destra i resti dell’antico pontile, scogli squadrati caduti a caso che si incastravano e fondevano in mille strane forme. Tutte le mattine in acqua, impegnato in molteplici evoluzioni alla scoperta dei fondali. Gli itinerari subacquei che spesso ripetevo mi davano sicurezza e ogni volta mi regalavano qualche sorpresa.

L’altra spiaggia, oltre le verdi rocce del Pisciatoio, si chiamava La Cabina (o Cavina), situata in prossimità del pontile usato per la caricazione del minerale. Qui arrivavano i bric, le leggendarie navi da carico. Ne avevo contati fino a 14 ognuno con il suo nome banale, dall’uno in poi. Era una spiaggia un po’ più in di quella di Riccetti, elegante con i suoi grandi scogli al centro, che regalavano un fondale misterioso e affascinante.

La spiaggia si riuniva idealmente all’atmosfera decadente del paese. Quel paese, come scavato dentro la miniera, ma che proprio dalla miniera traeva la sua ragione di esistere e la sua stessa vitalità. Dalle struggenti atmosfere autunnali alle fiammanti sere d’estate.

Sabbia nera, nero pece, un esplosione di piccole infinite scintille luminose, che luccicano abbagliando ovunque nell’arenile. Era il modo di vivere insieme alla miniera. La natura imponente che circondava il paese: triste nei giorni d’inverno quando il mare tempestoso si infrange contro la costa rimescolando continuamente quella sabbia così scura. Ma pieno di speranza e luminoso quando, d’estate, quella spiaggia diviene momento supremo di piacere e di gioia per tutti. Era, come tutte le altre, anche il luogo di incontro, dove vedersi tutti in costume fantasticando, ragazze e ragazzi. Qui iniziavano e finivano le storie d’amore. Era piccola ma aveva i suoi luoghi simbolo. Ognuno con la sua funzione precisa.

La murella, quello strano muro in pietra che dall’alto delimitava la strada polverosa e brillante, luogo di ritrovo, di autentica socializzazione come una agorà, di lavoro e di dialogo, punto privilegiato di osservazione. Qui gli anziani, con discrezione, controllavano la loro spiaggia da cui in inverno partivano per la pesca e ora, d’estate, troppo disseminata di nudità! Scrutavano, spesso scuotendo la testa, i comportamenti dei bagnanti. Era anche il luogo di osservazione preferito dei genitori che controllavano i figli maschi adolescenti esuberanti e le ragazze prosperose in età da marito, dei nonni per sorvegliare i nipoti. Quasi mai scendevano in spiaggia, interagire con essa era considerato poco virile, o quantomeno inopportuno. Quella osservazione maniacale era considerata un semplice passatempo, un po’ inutile ma coinvolgente, dati tutti gli impegni che la vita richiedeva tra la miniera, la barca da pesca, il piccolo orticello in cui stavano maturando pomodori e melanzane e che continuamente aveva bisogno di attenzione e di acqua.

Poi c’erano le scalette, una all’inizio e una alla fine, uniche vie di accesso alla spiaggia, se si esclude quella dalla scogliera (denominata con affetto ma brutalmente, il cacatoio) segnato dalle verdi rocce metamorfiche che si affacciavano sui resti sommersi di uno dei vecchi pontili di caricazione del minerale. E’ da queste scale che si potevano facilmente controllare i flussi e i deflussi alla spiaggia al litorale. Altro elemento era la lunga, possente e vetusta tubazione. Lungo e sinuoso serpente ferreo che, un tempo, trasportava acqua in miniera; spesso serviva di supporto alle evoluzione e ai giochi degli adolescenti, dei ragazzini più spericolati. Infine la grotta, un piccolo sottopasso da cui sfociava il fosso principale della collina di San Giuseppe. Era un elemento poco naturale e quasi rimosso da tutti coloro che frequentavano la spiaggia.

Le spiagge scomparse dell’Elba. Alcune non ci sono più, forse troppo piccole o forse troppo usate, ma oggi sono missing come qualcosa che scompare all’improvviso; per il fruitore occasionale sono poco interessanti ma conservano una loro profonda motivazione nella testardaggine di voler esistere, un preciso ruolo nel percorso storico che le porta alla loro inesistenza. Molte riprendono a vivere, con fatica, quasi riemergendo dal ruolo loro assegnato di depositi o di porticcioli. Spiagge quasi tutte legate allo spirito di una comunità che è cambiata, a luoghi e paesi che hanno subito modifiche sostanziali nella loro vocazione e nella loro intima fisionomia. E alla memoria di chi le ha vissute.

 

 

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